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“Stop hate for profit” è il titolo della campagna lanciata da diverse associazioni, alla quale hanno aderito tantissimi brand, finalizzata al boicottaggio della pubblicità su quei social network che non contrastino concretamente contenuti postati che promuovano odio, razzismo e violenza.

Il mondo digitale, lo dico dall’inizio di questa mia rubrica, porta con sé numerose opportunità ma altrettanti pericoli. Per le imprese, poi, il web garantisce una visibilità ed una promozione altrimenti inarrivabile, in termini sia di numeri che di engagement. Eppure non è passato inosservato anche ai grandi manager di multinazionali di fama planetaria, una su tutte la Coca Cola, che proprio nella rete, ed in particolare sui social, si sviluppano maggiormente casi di razzismo, odio e violenza.

Mondo digitale: la campagna "Stop hate for profit" flat tax pensionati
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Così molti marchi hanno deciso di aderire alla campagna “Stop hate for profit” ed hanno letteralmente bloccato gli investimenti economici in pubblicità su Facebook e le altre piattaforme. Un danno non da poco per le piattaforme se si pensa, ad esempio, che solo Facebook ha perso valore, sulle proprie azioni in Borsa, di circa l’8%.

Tuttavia, se la reazione di Twitter è stata quella di arrivare a rimuovere contenuti a sfondo razzista o caratterizzati da odio o, ancora, portatori di fake news, non si può dire che lo stesso abbia fatto Facebook. La posizione ufficiale del social più importante del mondo, è stata espressa dal CEO, Mark Zuckerberg, che ha spiegato come, nonostante le segnalazioni non verranno rimossi post. Per dirla in breve, mentre Twitter è arrivato a rimuovere un tweet del presidente americano, Donald Trump, per “informazioni non corrette e fuorvianti“, Facebook si è limitato a “segnalare” contenuti senza però rimuoverli.

Come mai Facebook è insensibile rispetto alla campagna “Stop hate for profit”?

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Semplice, le discussioni, in molti casi Flame War (cioè scambi di messaggi e commenti “infuocati”), garantiscono maggiore diffusione dei contenuti. Chi, come Facebook, vive di entrate pubblicitarie non bada molto alla qualità dei contenuti quanto alla loro diffusione. Perché? Più un contenuto è visto, più è condiviso, più è commentato, più aumentano i numeri che verranno poi utilizzati per acquisire inserzionisti. Ecco perché colpire alla pubblicità significa colpire al cuore i colossi del web, è lì la fonte principale di guadagno.

Siamo all’alba di questa battaglia, è passato solo un mese, e non è ancora chiaro quale sarà lo scenario alla fine. Le grandi multinazionali riusciranno ad influenzare i social in modo tale che possano essere “gestiti” con maggiore attenzione ai contenuti? Le mancate entrate dalla pubblicità costringeranno Facebook e gli altri a rendere le loro piattaforme luoghi più sicuri e sereni? Speriamo di Si.

Gennaro Del Core

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