L’imprenditore culturale e cinematografico è rammaricato per la scelta del governo di chiudere nuovamente i luoghi della cultura.

La sospensione degli spettacoli aperti al pubblico nelle sale teatrali crea amarezza in chi ha sempre lavorato per la crescita di un settore che incide sulla economia e sulla consapevolezza di una comunità.

Pensare che il mondo del teatro e del cinema sia stato fermato perché le attività che vi si svolgono sono liquidate come “inessenziali”, o comunque secondarie a qualcos’altro, mette tristezza oltre che far riflettere. Perché testimonia la crisi di una classe politica che considera sacrificabili i luoghi della cultura anche quando vengano messi in sicurezza. Sacrificabili perché c’è qualcosa che conta di più, che è più importante, che viene prima. Ma cosa viene prima della cultura?

Mi capita spesso di pensare all’intuizione illuminata dei sette fratelli Cervi che, benché contadini, in epoca fascista seppero vedere nella cultura una grande riserva a favore del cambiamento, per questo crearono una biblioteca circolante e gratuita.
I teatri sono luoghi sicuri, nei quali il pubblico è seduto con il distanziamento dovuto e senza parlare, un esempio di gestione virtuosa degli spazi pubblici.

La drammaticità del momento storico ci impone uno sforzo straordinario, in termini di attenzioni e di rinunce, ma non per questo si deve penalizzare oltremodo un settore che non solo genera economia, con una filiera che impiega migliaia di lavoratori, ma produce coscienza civile. Dopo mesi di silenzio delle scene, il teatro cercava faticosamente di risalire verso un’improbabile normalità, con sale surreali e produzioni a rincorrere nuove necessità.

Poi l’improvviso cortocircuito, il decreto delle chiusure parziali e intermittenti, delle limitazioni oggi per un Natale con più respiro. Ma il teatro, il cinema aspetteranno ancora, con i loro sipari spalancati sulle sale vuote. Vuote non di rassegnazione, ma di attese nuove, di pubblico che aspetta di riprendere posto, che non vede l’ora di rinnovare il rito. La cultura paga più del dovuto il prezzo di una convalescenza che poteva e doveva essere gestita meglio.

Non ci fermiamo per quanto il cuore sia gonfio di mestizia, continueremo a immaginare nuovi progetti capaci di portare bellezza. Ma prima ancora di noi addetti ai lavori, è il pubblico a non doversi arrendere, a non dover accettare di diventare semplice capitale umano. Il pubblico è e deve rimanere fatto di persone dotate di un pensiero che non bisogna mai smettere di nutrire.

E non devono arrendersi neppure gli artisti, il cuore creativo di questa inesauribile industria del pensiero: in questi mesi hanno lottato, manifestato, messo la faccia, combattuto ogni pregiudizio e luogo comune nel solo obiettivo di tornare in scena.

Se per qualcuno è “inessenziale”, la cultura ha un ruolo fondamentale, specie in questo periodo storico in cui ha il compito di intercettare il cambiamento e di trovare nuovi linguaggi e modalità di relazione con i cittadini, indicando la strada su cui ricostruire il presente e pensare al futuro.

Io non mi arrendo e continuo a stare qui, guardando alla cultura oltre le chiusure e le distanze. Ce la faremo anche stavolta perché le nottate sono fatte per passare, lo diceva anche Edua

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