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Si festeggia oggi la giornata mondiale dell’alimentazione, il focus di quest’anno è il futuro delle migrazioni dell’uomo.

In un periodo come quello attuale segnato dal malessere generalizzato di chi lascia la propria terra per sfuggire alla guerra e di chi, dall’altro lato fatica a comprendere l’importanza di concetti quali integrazione ed arricchimento culturale, nella Riserva di Torre Guaceto c’è un’azienda che anche in questo tema fa scuola: si tratta di Calemone.
Oltre 30 anni di attività, la nascita in un mondo in cui le produzioni agronomiche seguivano l’imperativo della massimizzazione ed i pomodori prodotti in Puglia avevano lo stesso sapore, lo stesso aspetto di quelli coltivati in America.
Mario Di Latte fondatore dell’azienda è stato il primo sul territorio ad abbracciare l’etica della sostenibilità e dello sviluppo eco, tanto che oggi dopo anni di lavoro svolto in sinergia con il Consorzio di Gestione di Torre Guaceto e Slow Food è uno dei più grandi produttori del presidio del Pomodoro Fiaschetto e porta il nome della Riserva in giro per il mondo.
“Ad un certo punto – ha raccontato – ci siamo resi conto che l’azienda era cresciuta così tanto da rischiare di spersonalizzare sia noi che il nostro territorio, allora ci siamo ridimensionati perché uno dei nostri obiettivi principali è portare avanti il concetto di famiglia che lavora su e per il territorio”.
Nel 2010 la famiglia Calemone ha accolto un nuovo membro.
Madi, un ragazzo di appena 20 anni sfuggito alla guerra e vittima della tirannia libica.
“Madi è arrivato da noi come collaboratore stagionale – ha spiegato Mario – poi non è più andato via, oggi è una persona di fiducia ed ha ruoli di grande responsabilità. Un ragazzo eccezionale che ha alle spalle una vita d’inferno. Una volta mi raccontò di aver vagato per il deserto per quasi un anno e di essere stato prigioniero nelle carceri libiche prima di riuscire ad arrivare in Italia. Madi si dedica all’azienda anima e corpo, senza di lui non sarebbe lo stesso”.
Mario racconta del grande spirito di solidarietà che anima la comunità dei migranti che arrivano in Puglia, a Carovigno. Delle feste alla fine del ramadan che Madi organizza in azienda per i suoi amici e dell’aiuto che a soli 27 anni, lui da al suo paese.
“Grazie a Madi – continua – qualche anno fa abbiamo conosciuto anche Jubari e Abdul, provenienti rispettivamente dal Ghana e dalla Guinea. Ci è voluto poco perché anche questi ragazzi entrassero in famiglia a tutti gli effetti. Non potremmo desiderare collaboratori ed amici migliori di loro”.
La differenza tra la propria cultura e quella del luogo di approdo non ha impedito ai ragazzi di integrarsi e dare del loro meglio per far crescere una delle realtà di spicco del panorama locale della produzione bio.
“Quando tornano a casa – racconta Mario – ci rimangono per 3 mesi e fanno tanto per le loro comunità, tanto che sia Madi, che Jubari e Abdul hanno costruito finanche pozzi nei loro villaggi”.
Nel tempo, come racconta lo stesso Mario, qualcuno ha criticato la sua scelta di assumere i tre ragazzi africani, ma lui fa spallucce.
“Ricordo quando eravamo noi italiani, pugliesi a migrare per cercare di avere una vita dignitosa – conclude Mario -, di quando si andava in Germania e Svizzera e si viveva nelle baracche delle fabbriche perché da noi non si poteva nemmeno mangiare. Prima i migranti erano italiani, ora sono africani. Sono cambiati i paesi e le cause che spingono la gente a lasciare la propria terra nella speranza di una vita migliore, ma la sostanza non cambia. Tutti hanno diritto alla vita e alla serenità. I razzisti possono pensare quel che vogliono, a noi non interessa”.